domenica 17 aprile 2011

L'uomo senza passato

“Andiamo”

“Dove?”

“Dove stavi andando”

“A casa”

L’uomo senza passato racconta la storia di M, un uomo che scende da un treno alla stazione di Helsinki e viene brutalmente picchiato e derubato. Sanguinante e allo stremo delle forze, si trascina nel bagno di un vicino bar e lì cade. Creduto morto, viene portato in ospedale dove è dichiarato ufficialmente deceduto. Colpo di scena. L’uomo si rialza, si rimette a posto il naso rotto dalle botte prese e scappa. Lo trovano due bambini sulle rive di una spiaggia privata, viene accudito, rimesso in sesto e sfamato dalla famiglia dei due piccoli salvatori e ricomincia piano piano ad avere un vita, seppur da smemorato. M ha la fortuna di incontrare Irma, una volontaria dell’Esercito della Salvezza. Una donna bionda, con gli occhi azzurri, lo sguardo spento, il viso stanco e un’esistenza piatta e ripetitiva, il cui unico diversivo è una ninna nanna in salsa rock and roll.

M ruba un bacio ad Irma ed è come l’inizio di una nuova vita per entrambi. L’uomo non ricorda ancora nulla del suo passato, ma è perfettamente a suo agio nel suo presente. Quando finalmente trova un lavoro, si vede costretto ad aprire un conto in banca, ma è vittima di una rapina e portato in centrale come testimone oculare, dove racconta la sua situazione di smemorato. Viene, per fortuna, rilasciato grazie all’aiuto di un potentissimo avvocato dell’Esercito della Salvezza e torna da Irma. A sua insaputa, la polizia divulga la sua foto e M è finalmente identificato. Ha una moglie, è di un piccolo paese vicino la capitale e fa il saldatore.

Spinto da Irma a indagare sulla sua vita passata, M si reca nella sua vecchia casa e scopre di essere divorziato da una donna con cui probabilmente non c’è mai stato un rapporto felice.

Salutata la ex consorte e il nuovo compagno di lei, M torna indietro. Da Irma, ad Helsinki dove trova i banditi che lo hanno quasi ammazzato intenti a pestare un altro malcapitato. All’improvviso una schiera di uomini senza passato inizia a inseguire i tre delinquenti. Facile capire come andrà a finire.

L’uomo senza passato è un film dagli incastri perfetti. Tutto ha un inizio e una fine. Tutto ha una ragione, una causa, una conseguenza. Ogni azione è giustificata, ogni parola sentita. Sconvolgono la semplicità con cui tutto accade, la serenità con cui si accettano anche le situazioni più paradossali, il surrealismo dei dialoghi. L’uomo senza passato insegna che nella vita non è mai troppo tardi. Il passato è superato. Il futuro è troppo incerto per farci affidamento. Non ci resta che vivere il presente appieno, pronti ad accettare anche la più improbabile delle condizioni. La comicità alle volte grottesca suggerisce che siamo tutti preda del destino, di Dio, di un’entità superiore che decide per noi. Un film sulla fede? Molto semplicemente un film sulla vita.

martedì 5 aprile 2011

Sideways

Sideways è la storia di un viaggio, in macchina, che due amici decidono di compiere, insieme, prima del matrimonio di uno dei due.

Jack, il futuro sposo, è un aspirante attore, oramai vecchio per il mestiere, che sta per coronare il suo sogno “d’amore” con Christine, una giovane e bella, soprattutto ricca, ragazza di una famiglia bene di San Diego, dove il film in parte si ambienta.

Miles, un insegnante delle scuole medie depresso e divorziato, è un cultore del buon vino e un aspirante scrittore che passa la vita a cercare di superare la fine del matrimonio con Victoria, una donna bellissima e coltissima, che gli ha spezzato il cuore tre anni prima.

Jack e Miles partono per una settimana di degustazione di vini californiani, un tour enogastronomico per le ville della West Coast statunitense. Una vacanza all’insegna della tranquillità (apparente) se non fosse che per Jack sette giorni lontano da casa e dalla futura consorte significano libertà e sesso, ma non solo per lui. Miles ha bisogno di uno scossone per riprendersi, per tornare a godere delle gioie della vita e quale occasione migliore di una roadtrip con un vecchio amico del college?

A facilitare (o complicare) la situazione, arriva Maya, la cameriera di un ristorante che Miles frequenta molto spesso. Jack intuisce subito la scintilla tra i due e organizza un incontro post cena, ma l’amico non è in vena.

Quasi per uno strano caso del destino, il giorno successivo, Jack incontra Stephanie, una ragazza che lavora in una cantina di degustazione e la invita a uscire.

La migliore amica di Stephanie è Maya.

Una serata a quattro si traduce in due esperienze parallele per Jack e Miles.

Il primo ottiene il sesso prematrimoniale che tanto desiderava e finisce con il lasciarsi prendere dalla giovane donna, il secondo ubriaco e confuso prima chiama la ex moglie al telefono e poi finalmente bacia Maya, speranzoso di mettersi alle spalle un passato che lo insegue.

Mentre Stephanie si dimostra subito all’altezza delle aspettative di Jack, Maya in un primo momento si allontana per poi aprirsi a sua volta con Miles.

Peccato che le due donne non sappiano del matrimonio imminente e quando, in un momento di intimità, Miles lo accenna a Maya, le carte in tavola cambiano.

Jack si sposa.

Miles rivede Victoria alla cerimonia… con il nuovo marito.

Eppure nulla è perduto.

Jack e Miles sono due adulti che non vogliono crescere. Due persone che vivono al di fuori della propria vita e da quel di fuori decidono le prossime mosse e le prossime strategie, in modo da tenere tutto sotto controllo in un apparente e finto caos. Jack non accetta che il matrimonio significhi impegno, dedizione e, quasi sicuramente, l’addio ai suoi sogni di gloria. Miles non vede che la sua depressione è solo paura di non essere più felice come lo era stato una volta. Uno è terrorizzato dal futuro, l’altro dal passato.

Stephanie e Maya rappresentano due facce di una stessa medaglia. Per Jack, l’inizio di una vita matura. Per Miles, la fine di una vita vissuta nei ricordi.

Due uomini, una macchina e nessun bivio. Il proseguimento di una strada interrotta per Miles, la svolta per una via sicura per Jack.

Ma cosa c’è al di là dell’orizzonte? O più banalmente al di là di una porta che ancora non è stata aperta?

mercoledì 30 marzo 2011

Last Night

Una coda di cavallo, due occhi marroni, profondi, curiosi. Una camicia bianca, due occhi azzurri, scuri, sfuggenti. Un taxi, una festa. Un uomo e una donna. La gelosia. New York, Philadelphia, Parigi. Il tradimento, con la mente e con il corpo.

Last Night racconta una storia, niente affatto speciale.

Una giovane coppia al terzo anno di matrimonio conosce una crisi. Lui si sente attratto da una collega, lei ritrova dopo anni un amore mai confessato. Facile l’epilogo, l’uomo cede alla tentazione della carne, la donna preferisce non desacralizzare un ricordo così intimo e romantico.
Entrambi colpevoli, entrambi ormai troppo dentro le dinamiche matrimoniali per avere la forza di cambiare.

Last Night racconta una storia, in un modo speciale.

Gli sguardi si calpestano, le voci si sovrappongono, i sospiri si perdono e cercano di restituire a chi guarda l’incertezza che spesso domina la vita, la consapevolezza che una scelta ne esclude, in ogni, tante altre e la convinzione che quando si è in due tutto cambia. Il tradimento diventa lo spunto per riflettere sulle ombre che oscurano ogni coppia, anche la più felice, anche la più insospettabile. Le foto di un vecchio amore mai dimenticato in un libro sull’ultimo scaffale della libreria del salone contro un’esplosione di sensualità nella piscina di un albergo di gran lusso lontano da casa. Mente contro corpo.

E alla fine, un paio di scarpe con i tacchi a spillo e un abbraccio rivelano che non si conosce mai, veramente, nessuno.

venerdì 19 febbraio 2010

Gli Abbracci Spezzati

Harry Caine è uno sceneggiatore cieco. Una ragazza lo aiuta ad attraversare la strada, lui la invita a casa e le chiede di leggergli il giornale. Ernesto Martel è morto. Harry fa l’amore con la ragazza. Appena finito, con un tempismo da manuale, entra in casa la sua amica, nonché direttrice di produzione dei suoi film, Judit Garcia. Ernesto Martel è morto, ma Judit non sembra avere la stessa urgenza di parlarne che si nota sul volto quasi inespressivo di Harry.


Lena è la segreteria di Ernesto Martel. Quattordici anni prima. Lui la sostiene, soprattutto economicamente, in un delicato momento familiare e i due diventano amanti. Lena però è troppo bella, giovane, passionale e piena di vita per accontentarsi di un ruolo così passivo e nell’ombra. Quando scopre che un regista, Mateo Blanco, è in cerca di un’attrice per il suo nuovo film “Chicas & Maletas”, si presenta all’audizione accompagnata dal figlio omosessuale di Martel, Ernesto figlio per l’appunto.
Ernesto figlio bussa alla porta di Harry Caine. Quattordici anni dopo. Entra in casa dopo un colloquio telefonico con Judit che “intima” ad Harry di riceverlo non sapendo chi realmente sia il giovane che si presenta con il nome d’arte di Ray X e considerandolo solo un facoltoso aspirante regista. Tuttavia, Harry non ha dubbi. Sentita la voce e la storia raccontatagli, Harry sa chi si trova davanti, pur non potendolo vedere.
Ernesto Martel è morto e suo figlio è tornato a cercar vendetta contro quel padre che mai l’ha amato e che ha distrutto più di una vita.
Un passato che sembrava ormai sepolto, ritorna, scaraventato, nelle vite di Harry e Judit, costretti a farci i conti, forzati a spargere sale su ferite in realtà mai chiuse.
Almodovar costruisce un film perfetto a livello narrativo. La storia si snoda e si riannoda senza incontrare ostacoli. L’iniziale confusione si tramuta in armonia. L’omaggio ai classici italiani, francesi, il richiamo ai suoi stessi film, fanno di “Gli abbracci spezzati”, un impeccabile esercizio di stile, estremo e categorico. I buoni contro i cattivi. L’amore contro l’odio. Il bene contro il male. All’inizio nulla appare per ciò che è realmente, ma alla fine tutto trova una sua ragione d’essere, un suo equilibrio.
Questi 129 minuti di intrighi e passioni non lasciano quel retrogusto amaro e quella voglia di riflettere di “ La Mala Educacion”, di “Tutto su mia madre”, di “Parla con Lei”. Questi 129 minuti in cui il colore rosso è protagonista insieme a Lena, Mateo, Harry, Judit, ci ricordano che il cinema è fatto di storie, che spesso finiscono quando la cinepresa si ferma e il regista chiama l’ultimo ciak.


martedì 17 giugno 2008

L'amico di famiglia

"Lei mi sta toccando"
"Non è vero!Io sto toccando il paradiso. A me non è stato mai permesso di toccare il paradiso."
In medias res, la chiave di tutto.
Geremia cuore d'oro tocca Miss Agropontino.
La Bestia posa le sue mani sulla Bella.
Si prova un certo fastidio a guardare questa scena, non tanto per l'avvenimento in sé, vale a dire molestie sessuali, quanto per il protagonista che muove l'azione. Per la sua mano sporca, nel senso morale del termine.
Geremia è vecchio, basso, mal fatto, brutto e cattivo. Insomma è il male. Per vivere fa l'usuraio. Ogni sera torna a casa da una madre altrettanto vecchia, bassa, grossa e cattiva che vive sdraiata su di un letto, guardando una TV ultima generazione con la vaschetta per le feci sotto di lei e lo stendino delle robe accanto. Suo padre, strozzino ai tempi, l'ha abbandonato quando era piccolo e vive a Roma in una casa davanti al Colosseo.
Un'esistenza piuttosto triste, di quelle che non si augurano a nessuno.
Rosalba, Miss Agropontino, è bella, bionda, con gli occhi azzurri, alta, magra, superba, non incline alle umiliazioni. Povera in canna. Vince 500 euro ad un concorso di bellezza, ma non bastano per il suo matrimonio. Suo padre stanco di essere etichettato come tirchio si rivolge a Geremia. Geremia cuore d'oro.
La Bella e la Bestia si incontrano. Radicalmente opposti eppure tragicamente simili.
La bontà non si associa alla bellezza. La bontà non è un'aspirazione. Tanto meno l'onestà. Si vive di imbrogli, espedienti, circostanze e colpi grossi. Si sfrutta il proprio potenziale, il proprio talento per arrivare ad un fine superiore. Sorrentino è machiavellico, quasi quanto ne "Il Divo". Italiano, molto Italiano, come in tutti i suoi film.
Geremia è tutti noi. O meglio, la nostra parte peggiore. Sa benissimo di essere poco "aggraziato" come lui stesso si definisce, ma sa anche che spesso il cervello conta più dell'apparenza, quanto meno per conquistare il rispetto dell'Altro. Solo che decide di consacrare la sua intellingenza e la sua "consigliata prosecuzione negli studi" a qualcosa di non propriamente immacolato.
La sartoria che possiede è un prestanome per coprire il vero impiego di questo strano personaggio, odioso, ma con un so che di tenero. Geremia è uno strozzino, della peggiore specie. Perchè oltre che interessi monetari spesso si lascia andare a richieste di tutt'altro genere.
Geremia è brutto, non ha mai conosciuto il paradiso e di tanto in tanto si concede una gita al purgatorio. Una mano in una giovane tasca di qua, uno sguardo su un decolté da rifare di là.
E poi arriva Rosalba con il suo cucchiaino d'argento, la sfrontatezza di chi è giovane e bella e il menefreghismo altezzoso ed egoista di chi ha subito nella vita qualcosa che pensa di non meritare, la ristrettezza economica. Vittima del suo stesso ceto sociale, Rosalba sposa il fidanzato storico che non ama e si concede a Geremia in cambio dell'estinzione del debito contratto dal padre.
Errare è umano, perseverare è diabolico e il paradigma bello è buono in Sorrentino non sembra neppure vagamente accennato.
E così Rosalba ci prende gusto. Come pure il malinconico cowboy venuto dal nord che sogna il Tennessee.
La fine è da vedere, con un metal detector in mano e una fascia di patate stretta intorno alla testa.
Non c'è molta speranza giunti all'epilogo. Forse solo l'amore ci può salvare ma si sa "l'amore non è più un rimedio da quando tutti hanno scelto di innamorarsi" e allora non ci resta che vivere perchè infondo...siamo bellissimi anche se non siamo eroi.

domenica 27 aprile 2008

Le conseguenze dell'amore

Titta di Girolamo. Uomo di mezza età. Occhiali. Sigaretta in bocca. Espressione ferma. Sguardo impenetrabile, tra l'ironico e il disperato. Alloggia in albergo. Trasporta, ogni tot di tempo, valigie piene di soldi presso un banca svizzera a bordo una BMW, coperta da un telo di protezione, parcheggiata negli appositi vani forniti dall'hotel. Una volta in banca, pretende che i milioni di dollari con cui arriva siano contati dagli impiegati sorvegliati a vista dal direttore dell'asettico istituto di credito. Puntalmente, alla fine della conta, i "verdoni" sono depositati nella camera blindata, da un fattorino che potrebbe essere benissimo scambiato per un dipendente di un albergo, per l'appunto. Titta di Girolamo fa questo nella vita. Trasporta soldi a bordo di macchine costose. Eppure c'è qualcosa di più. Fa parte di una setta, la setta degli insonni. Non dorme da anni. Ausculta le conversazioni dei suoi vicini di stanza, un'anziana coppia di incalliti giocatori d'azzardo. Lei, stanca e felicemente rassegnata, cerca di far capire a lui, incoscientemente vecchio e malato, che è il caso di smetterla. Titta di Girolamo fa uso di eroina. Ogni mercoledì mattina alle 10. Non ha mai visto in faccia il suo spacciatore. Ludovico. Chi gli fornisce la droga non ha un volto. Titta di Girolamo non è un tossicodipendente, pur non essendo del tutto estraneo al problema della droga. In albergo, è in ottimi rapporti con tutti, si distingue per discrezione ed eccessivo zelo. Paga ogni primo del mese, da 8 anni a questa parte, l'affitto della sua camera. Titta di Girolamo, però, non saluta mai Sofia. La barista della hall. Lavora lì da due anni ed ogni sera entra in macchina di un uomo diverso, che le lascia il posto di guida.
Alquanto grottesco.
Titta di Girolamo è napoletano. Ha lasciato in Italia una moglie e tre figli che si rifiutano di parlargli e quando lo fanno usano della facile ironia per rinfacciargli la sua assenza. In poche parole, Titta di Girolamo non è nessuno, non fa nulla. Ha degli amici siciliani e una pistola nascosta nel televisore in camera.
All'improvviso riceve la visita di suo fratello che quasi come un deus ex machina sblocca l'azione.
Titta di Girolamo parla con Sofia. Prende lezioni di guida, gli uomini che vengono a prenderla sono istruttori. Presto le verrà regalata una BMW. Presto accoglierà una confessione. Titta di Girolamo lavora per cosa nostra, nonostante si dichiari estraneo ai fatti. Era un commercialista. Ha investito per loro. Ha perso in due ore l'80% dell'investimento. E' stato graziato, ma ora è costretto a trasportare denaro sporco una volta ogni tot di tempo in una banca svizzera.
Titta di Girolamo non è nessuno, non fa nulla.
Sofia, dopo la resistenza iniziale, accetta la macchina e gli da appuntamento per il giorno dopo alle 3 del pomeriggio per festeggiare il suo compleanno.
Sofia fa un incidente.
Titta di Girolamo è letteralmente "fregato" dai suoi amici siciliani che gli sottragono la valigia piena di soldi e scappano. Giocando di anticipo, li aspetta in macchina, li uccide e prende i soldi. Poi chiama i grandi capi e spiega l'accaduto, purtroppo però non ha nessuna intenzione di restituire il bottino.
Titta di Girolamo ora è qualcuno. Titta di Girolamo agisce e non subisce e basta. Titta di Girolamo ora fa.
Inutile dire come va a finire. Immerso vivo nel cemento. Titta di Girolamo muore libero.
Sofia è in ambulanza. I soldi sono nelle mani dell'anziana coppia di giocatori che possono ora dar vita ai loro ultimi sogni.
FINE.
Le conseguenze dell'amore. Quale amore?Che forma di amore? Quello che Titta potrebbe provare per Sofia? Quello che il fratello prova per lui?Quello dei due congiugi l'uno per l'altro e per il gioco?
Forse in questo film quello che manca è proprio l'amore, anzi quando si cerca di farlo nascere si finisce o in un'ambulanza o soffocati in un blocco di cemento. E allora dov'è l'amore? dove sono le conseguenze?quali sono?
Non lo so. E' da ieri che ci penso, eppure non lo so.
Non è una storia d'amore. Né in atto, né in potenza. E' la storia di Titta di Girolamo. Le conseguenze ci sono, si, ma sono conseguenze dell'agire, non del sentimento.
Forse, fino alla fine, ha ragione Titta: "La verità, amico mio, è noiosa".

sabato 19 aprile 2008

Inside, I'm dancing

Una settimana dall'ultimo post.
Ho visto pochissimo in questi 7 giorni purtroppo. Poi ieri, finita la mia tesina, ho deciso di concedermi un'ora e trentanove di evasione filmica.
Solita trafila. Programmi. Adunanza. Incoming. James Mcavoy.
Inside, I'm dancing. (titolo USA: rory o'shea was here...O.ò che orrore...stavolta l'Italia vince)
Premettiamo che pensavo fosse un film scozzese ed invece, sopresa molto gradita, è un film irlandese.
La storia: i protagonisti sono due disabili affetti da distrofia muscolare. Uno è completamente paralizzato tranne due dita di una mano che gli consentono di pilotare la sua sedia e , come aggiunge, nello stupore e nell'ingenuità generale, di masturbarsi.
L'altro è in condizioni più gravi o meglio compensa l'amico. Paralisi cerebrale. Si esprime in un modo del tutto incomprensibile o grazie all'aiuto di un cartellone fornito di lettere e immagini. Le sue proprietà di movimento sono, tuttavia, molto buone.
La mente e il corpo.
Rory, la mente, arriva non sappiamo da dove nel nuovo istituto. Ribelle, sfacciato, spudorato, incazzato nero, si fa riconoscere subito dalla "clientela" della casa di cura sparando gli Slipknot a tutto volume durante la notte e svegliando quindi l'allegra popolazione.
Michael, il corpo, trova in Rory l'unico capace di capirlo. Il suo interprete. Il primo che dopo tanto tempo o forse da sempre lo tratta come un normale disabile, non come un disabile ancora più disabile degli altri, data la mancanza di linguaggio.
Nasce un'amicizia.
Insieme si danno alla pazza gioia nel limite delle proprie possibilità. Raccolte di beneficienza finite in alcolici, discotesche e presunte normative europee, Michael che diventa avvocato!Una beffa eh?Proprio lui che non può parlare!
E poi arriva lei...Siobahn.
Per tutto il corso del film non sappiamo quasi nulla di Rory, non sappiamo se sia nato malato o la malattia si sopraggiunta in seguito. C'è solo la figura paterna a tenerlo legato al passato, che dalle poche parole si percepisce essere stato non proprio facile. Michael invece quasi a farsi beffa del suo difetto di pronuncia, è un libro aperto. Sua madre è morta quando era appena nato, suo padre l'ha abbandonato in un istituto da subito. Eppure, tramite un ricatto sapientemente messo a punto da Rory, sarà un fautore della loro emancipazione e indipendeza.
I due infatti decidono di chiedere il diritto a vivere da soli e ad avere un assistente.(Un')
La nuova vita comincia. Siobahn torna. L'amore arriva, spezza un cuore e va via.
Finale scontatissimo. Tragico, ma con il sorriso sulle labbra.
Sullo sfondo una Dublino, grigia e anonima. E un mondo, quello dei disabili o come oggi il politically correct richiede, della diversa abilità, tutto da scoprire.
La psicologia del due protagonisti non è così complicata.
Uno è incazzato con la vita, l'altro troppo spaventato per reagire. Non c'è nessuna traccia di buonismo o ribaltamento finale dei ruoli. Essere disabili come mostra questo film non significa avere una maggiore sensibilità o essere "diversi", significa solo guardare la vita e il mondo da una prospettiva differente pur essendo uguali agli altri.
Rory è spietato con Michael e con tutti, perchè sa di avere ragione, sa che la vita per "quelli come loro" è dura, quindi, perchè addolcirsela con pseudo-conquiste di "normalità" che si risolvono in nulla di fatto?
L'amore è off limits. L'unico bacio che ricevono è quello di due ragazze ubriache i cui drink sono stati pagati con i soldi di una raccolta fondi per l'istituto dove la storia ha inizio.
Eppure nonostante questo pessimismo di base, il film non è mai stucchevole o tragico (tranne il finale), non è mai compassionevole, al contrario, ci ricorda che le sedie a rotelle non sono sinonimo di diversità.
Quando Siobahn recrimina a Rory il suo carattere difficile e gli fa notare che per avere il rispetto altrui è necessario trattare gli altri con rispetto, cade nella solita trappola :"se vuoi essere normale, fai in modo che gli altri ti vedano normale". Il problema è che non è possibile, semplicemente perchè chi non vive su una sedia a rotelle non capisce cosa si prova e chi invece ci vive non sa cosa sia l'altra parte del mondo cioè quella con le gambe.
La soluzione è venirsi incontro nel rispetto delle "differenze" che non sono diversità.
Non pensavo fosse così complicato parlare di questo film, però ripensandoci ammetto che se da un lato ha un trama banale e scontata, dall'altro tratta il tema dei disabili con una ironia e una cattiveria (nel senso di brutale verità) piuttosto piacevoli. Emblematica è la scena in cui Rory vuole muovere istanza all'amministrazione della città di Dublino perchè tolga i parapetti dai ponti e lasci ai disabili la possibilità di suicidarsi senza intralci.
E se spesso odiamo Rory per il modo in cui tratta Michael, debole e sensibile, sappiamo che ha ragione e lo fa perchè, andandosene, vuole lasciare all'amico la consapevolezza di non essere diverso, di non aver bisogno di nessuno. C'è un mondo fuori e lui può, deve scoprirlo seppur sulle sue ruote e senza poter dire nulla di comprensibile, quel mondo è SUO come di tutti.
E' piacevole ogni tanto vedere dei film in cui non ci sono frasi sdolcinate o non ci si riduce alle solite conclusioni buoniste che mettono in pace l'animo di chi vede o ascolta.
Michael alla fine ascolta la voce dell'amico che non c'è più, la sente. Come si fa a dimenticare qualcuno che ti ha cambiato la vita?
E poi non so cosa sia, ma gli attori irlandesi e in questo caso anche scozzesi hanno un qualcosa negli occhi, una strana tristezza, come se in quel blu si percepisse una maliconia che si portano dietro dalla nascita.
Michael non parla, è vero. Ma i suoi due occhi, SI. Rory ha la benedizione della parola eppure a volte dice più il suo sguardo. Che rimane comunque tanto, ma proprio tanto, incazzato.
Ecco, un film incazzato e incazzoso.