Una settimana dall'ultimo post.
Ho visto pochissimo in questi 7 giorni purtroppo. Poi ieri, finita la mia tesina, ho deciso di concedermi un'ora e trentanove di evasione filmica.
Solita trafila. Programmi. Adunanza. Incoming. James Mcavoy.
Inside, I'm dancing. (titolo USA: rory o'shea was here...O.ò che orrore...stavolta l'Italia vince)
Premettiamo che pensavo fosse un film scozzese ed invece, sopresa molto gradita, è un film irlandese.
La storia: i protagonisti sono due disabili affetti da distrofia muscolare. Uno è completamente paralizzato tranne due dita di una mano che gli consentono di pilotare la sua sedia e , come aggiunge, nello stupore e nell'ingenuità generale, di masturbarsi.
L'altro è in condizioni più gravi o meglio compensa l'amico. Paralisi cerebrale. Si esprime in un modo del tutto incomprensibile o grazie all'aiuto di un cartellone fornito di lettere e immagini. Le sue proprietà di movimento sono, tuttavia, molto buone.
La mente e il corpo.
Rory, la mente, arriva non sappiamo da dove nel nuovo istituto. Ribelle, sfacciato, spudorato, incazzato nero, si fa riconoscere subito dalla "clientela" della casa di cura sparando gli Slipknot a tutto volume durante la notte e svegliando quindi l'allegra popolazione.
Michael, il corpo, trova in Rory l'unico capace di capirlo. Il suo interprete. Il primo che dopo tanto tempo o forse da sempre lo tratta come un normale disabile, non come un disabile ancora più disabile degli altri, data la mancanza di linguaggio.
Nasce un'amicizia.
Insieme si danno alla pazza gioia nel limite delle proprie possibilità. Raccolte di beneficienza finite in alcolici, discotesche e presunte normative europee, Michael che diventa avvocato!Una beffa eh?Proprio lui che non può parlare!
E poi arriva lei...Siobahn.
Per tutto il corso del film non sappiamo quasi nulla di Rory, non sappiamo se sia nato malato o la malattia si sopraggiunta in seguito. C'è solo la figura paterna a tenerlo legato al passato, che dalle poche parole si percepisce essere stato non proprio facile. Michael invece quasi a farsi beffa del suo difetto di pronuncia, è un libro aperto. Sua madre è morta quando era appena nato, suo padre l'ha abbandonato in un istituto da subito. Eppure, tramite un ricatto sapientemente messo a punto da Rory, sarà un fautore della loro emancipazione e indipendeza.
I due infatti decidono di chiedere il diritto a vivere da soli e ad avere un assistente.(Un')
La nuova vita comincia. Siobahn torna. L'amore arriva, spezza un cuore e va via.
Finale scontatissimo. Tragico, ma con il sorriso sulle labbra.
Sullo sfondo una Dublino, grigia e anonima. E un mondo, quello dei disabili o come oggi il politically correct richiede, della diversa abilità, tutto da scoprire.
La psicologia del due protagonisti non è così complicata.
Uno è incazzato con la vita, l'altro troppo spaventato per reagire. Non c'è nessuna traccia di buonismo o ribaltamento finale dei ruoli. Essere disabili come mostra questo film non significa avere una maggiore sensibilità o essere "diversi", significa solo guardare la vita e il mondo da una prospettiva differente pur essendo uguali agli altri.
Rory è spietato con Michael e con tutti, perchè sa di avere ragione, sa che la vita per "quelli come loro" è dura, quindi, perchè addolcirsela con pseudo-conquiste di "normalità" che si risolvono in nulla di fatto?
L'amore è off limits. L'unico bacio che ricevono è quello di due ragazze ubriache i cui drink sono stati pagati con i soldi di una raccolta fondi per l'istituto dove la storia ha inizio.
Eppure nonostante questo pessimismo di base, il film non è mai stucchevole o tragico (tranne il finale), non è mai compassionevole, al contrario, ci ricorda che le sedie a rotelle non sono sinonimo di diversità.
Quando Siobahn recrimina a Rory il suo carattere difficile e gli fa notare che per avere il rispetto altrui è necessario trattare gli altri con rispetto, cade nella solita trappola :"se vuoi essere normale, fai in modo che gli altri ti vedano normale". Il problema è che non è possibile, semplicemente perchè chi non vive su una sedia a rotelle non capisce cosa si prova e chi invece ci vive non sa cosa sia l'altra parte del mondo cioè quella con le gambe.
La soluzione è venirsi incontro nel rispetto delle "differenze" che non sono diversità.
Non pensavo fosse così complicato parlare di questo film, però ripensandoci ammetto che se da un lato ha un trama banale e scontata, dall'altro tratta il tema dei disabili con una ironia e una cattiveria (nel senso di brutale verità) piuttosto piacevoli. Emblematica è la scena in cui Rory vuole muovere istanza all'amministrazione della città di Dublino perchè tolga i parapetti dai ponti e lasci ai disabili la possibilità di suicidarsi senza intralci.
E se spesso odiamo Rory per il modo in cui tratta Michael, debole e sensibile, sappiamo che ha ragione e lo fa perchè, andandosene, vuole lasciare all'amico la consapevolezza di non essere diverso, di non aver bisogno di nessuno. C'è un mondo fuori e lui può, deve scoprirlo seppur sulle sue ruote e senza poter dire nulla di comprensibile, quel mondo è SUO come di tutti.
E' piacevole ogni tanto vedere dei film in cui non ci sono frasi sdolcinate o non ci si riduce alle solite conclusioni buoniste che mettono in pace l'animo di chi vede o ascolta.
Michael alla fine ascolta la voce dell'amico che non c'è più, la sente. Come si fa a dimenticare qualcuno che ti ha cambiato la vita?
E poi non so cosa sia, ma gli attori irlandesi e in questo caso anche scozzesi hanno un qualcosa negli occhi, una strana tristezza, come se in quel blu si percepisse una maliconia che si portano dietro dalla nascita.
Michael non parla, è vero. Ma i suoi due occhi, SI. Rory ha la benedizione della parola eppure a volte dice più il suo sguardo. Che rimane comunque tanto, ma proprio tanto, incazzato.
Ecco, un film incazzato e incazzoso.